Chemioterapia può diffondere cancro?

La chemioterapia aumenta la possibilità delle cellule tumorali di "migrare" verso altre parti del corpo, dove sono quasi sempre letali. E' quanto emerge da un studio americano pubblicato sul quotidiano "Telegraph".

Tumore al senoIl tumore è la malattia del ventunesimo secolo e sempre più persone vengono colpite da questo brutto male. Ogni giorno in Italia circa 1.000 persone ricevono la diagnosi di tumore. Negli ultimi mesi è in corso sui media nazionali un ampio dibattito sulle cure mediche per i malati di cancro. Medicina allopatica o quella alternativa?

Questo è il dilemma che affronta il compianto Tiziano Terzani quando scopre di avere un tumore. Dopo un lungo travaglio decide di fare radioterapia e chemioterapia. Cinque anni dopo il male ricompare ma lui decide di non seguire nuovamente il protocollo. I medici gli avevano dato 6 mesi di vita, Terzani invece riuscirà a sopravvivere altri due anni grazie anche alla ricerca spirituale. La verità è che al momento non esiste una cura definitiva contro il cancro, ma in futuro potrebbe arrivare il vaccino universale. La chemioterapia offre una nuova speranza ai malati di cancro, ma in alcuni potrebbe essere dannosa. Non lo dico io, ma un nuovo studio condotto da ricercatori americani.

Dalla ricerca emerge che la chemioterapia aumenta la possibilità delle cellule tumorali di “migrare” verso altre parti del corpo, dove sono quasi sempre letali. Lo studio è stato fatto sui pazienti con cancro al seno. A molte donne viene somministrato un ciclo di chemioterapia prima dell’intervento chirurgico, ma la nuova ricerca afferma che, anche se la chemioterapia riduce il tumore nel breve termine, potrebbe innescare la diffusione delle cellule tumorali. I ricercatori consigliano di monitorare i pazienti durante i cicli di chemioterapia e di sospendere il trattamento in caso di crescita dei marcatori tumorali. Gli studiosi stanno lavorando su altri tipi di cancro per vedere se la chemioterapia provoca effetti simili. Lo studio è stato pubblicato sulla rivista “Science Translational Medicine” e sul quotidiano “Telegraph”. Nessuna traccia della ricerca sui media italiani.

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