Cgia: Micro imprese valgono 53% tasse

Nel 2017 le micro imprese hanno versato al fisco 43,9 miliardi di euro, pari al 53% del totale delle tasse versate dal sistema economico. A dirlo è l’Ufficio studi della Cgia di Mestre. Le aziende con meno di 20 addetti danno lavoro al 56,4% degli occupati.

Micro impreseIl 98% circa del totale delle imprese in Italia ha meno di 20 addetti. Una platea costituita da oltre 5 milioni di piccolissimi e micro imprenditori e da tanti artigiani, negozianti e liberi professionisti. Malgrado la dimensione aziendale di queste realtà sia molto contenuta, il loro contributo fiscale ed economico è rilevante. A dirlo è l’Ufficio studi della Cgia di Mestre. In materia di imposte e tasse, infatti, nel 2017 lavoratori autonomi e piccole imprese hanno versato al fisco 43,9 miliardi di euro, pari al 53% del totale delle principali imposte versate dal sistema economico. Tutte le altre, prevalentemente medie e grandi imprese, hanno invece corrisposto “solo” 39,6 miliardi, pari al 47% del totale.

I risultati sono sorprendenti anche sul campo economico ed occupazionale. Al netto dei dipendenti del pubblico impiego, le aziende con meno di 20 addetti danno lavoro al 56,4% degli occupati. Inoltre, queste micro realtà producono il 40% del valore aggiunto nazionale annuo, score non riscontrabile in nessun altro grande Paese dell’Unione Europea. L’ammontare del debito commerciale della nostra Pubblica amministrazione(PA) nei confronti dei fornitori sfiora i 60 miliardi di euro e circa la metà di questo importo è riconducibile ai mancati pagamenti. La Cgia chiede di rilanciare gli investimenti, soprattutto quelli pubblici, che sono una componente del PIL poco rilevante in termini assoluti, ma fondamentale per la creazione di ricchezza. Senza investimenti non si creano posti di lavoro stabili e duraturi in grado di migliorare la produttività del sistema e, conseguentemente, di far crescere il livello medio delle retribuzioni. Il crollo degli investimenti avvenuto in questi ultimi anni è stato causato sicuramente dagli effetti negativi della crisi, ma anche dai vincoli sull’indebitamento netto che ci sono stati imposti da Bruxelles.

L’assenza delle grandi imprese

La graduale scomparsa della grandi imprese si sta verificando da alcuni decenni, non per l’eccessiva numerosità delle piccole realtà produttive, ma a causa dell’incapacità dei grandi player, prevalentemente di natura pubblica, di reggere la sfida lanciata dalla globalizzazione. Sino agli inizi degli anni ’80, infatti, l’Italia era tra i leader mondiali nella chimica, nella plastica, nella gomma, nella siderurgia, nell’alluminio, nell’informatica e nella farmaceutica. Grazie al ruolo e al peso di molte grandi imprese pubbliche e private, l’economia del Paese ruotava attorno a questi comparti. A distanza di quasi 40 anni, invece, abbiamo perso terreno e leadership in quasi tutti questi settori. E ciò è avvenuto non a causa di un destino cinico e baro, ma a seguito di una selezione naturale compiuta dal mercato.

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